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Timilìa: un grano di cui andare fieri

Era da tempo che volevamo raccontarlo per bene. Questo grano fa parte della nostra storia e della nostra cultura agricola ma mettere a fuoco gli aspetti più importanti della sua coltivazione e del suo consumo non è semplice come sembra. Ci abbiamo provato con questo video e, ovviamente, i paesaggi e i colori ci hanno aiutato.

In quest’occasione ci siamo anche lasciati andare ai ricordi e cioè quando in Valdibella abbiamo deciso di provare a coltivarlo. Era il 2004 e la Timilìa (Tumminìa, nel nostro dialetto) per noi era solo un nome che ogni tanto saltava fuori dai racconti dei vecchi agricoltori come di un grano tardivo e forte, adottato per il fabbisogno familiare (nel tempo scoprimmo che ne parlò addirittura Teofrasto e Plinio il Vecchio ben più di 2000 anni fa).
Tuttavia non godeva di grande stima. Dalla sua molitura ne derivava una farina scura, non apprezzata quanto le altre più chiare. Come il Russello per esempio, ottima e versatile varietà.
In quegli anni l’apprezzamento per i grani antichi era ancora abbastanza sul nascere e noi, che ne volevamo saperne di più e provare direttamente sia la coltura che il consumo, andammo a cercare i semi. E poi ci piaceva riprendere il legame con la tradizione più antica, perché doveva esserci una ragione se una varietà di grano aveva sfidato i secoli.
La ricerca fu faticosa; trovammo solo un agricoltore a Ciminna (un piccolo centro agricolo nell’entroterra palermitano) disposto a cedere una piccola quantità.
Ne comprammo 200 chili e seminammo il primo ettaro. Ne venne fuori un bel campo e ne andammo abbastanza fieri ma alla raccolta non sapevamo bene cosa farci. Provammo a molirlo per ottenere la farina ma non c’era richiesta commerciale. Come ben sapete ogni slancio di entusiasmo si nutre dell’appoggio e consenso altrui e non percependo intorno a noi interesse, né tanto meno entusiasmo, dopo un lungo periodo di giacenza nei depositi lo lasciammo mangiare alle galline. Crollò così il ponte ideale verso il nostro passato agricolo e non ci pensammo più.
Almeno per un po’ di tempo. Perché da lì a qualche anno ci accorgemmo che il discorso sui grani antichi raccoglieva sempre maggiore attenzione. Ne parlavano con favore i medici, i nutrizionisti ne consigliavano il consumo e gli studi intorno alle loro proprietà venivano ben accolti da un numero sempre più numeroso di consumatori. Così, stavolta incoraggiati dal fermento intorno al tema, decidemmo di riprovarci. Attingemmo all’Istituto sperimentale di granicoltura di Caltagirone per acquistare il seme e seminammo più di un campo. Stavolta il mercato fu pronto ad accogliere questa antica varietà e per noi iniziò un bel processo di coltivazione. Processo che negli anni abbiamo migliorato e perfezionato con l’acquisto della seminatrice e della mietitrebbia, ma anche con la riproduzione del seme, chiudendo così la filiera all’interno della nostra cooperativa. Poi, anche l’iniziativa Seminare il futuro (che quest’anno è saltata per cause ben note ma l’anno prossimo ci aspettiamo di tornare a organizzare la decima edizione) ci ha aiutato molto a divulgare e accrescere gli argomenti intorno alla Timilìa. Perché tenere in mano il seme, vederlo sparire tra le zolle di terra e poi seguirlo man mano nella sua crescita è un’esperienza che ha coinvolto un numero sempre maggiore di partecipanti e ha permesso loro di approfondire gli aspetti salutistici e ambientali di questa antica coltura.

Altra sfida fu la trasformazione. Esattamente dieci anni dopo il primo tentativo fallimentare. La pasta non fu accolta subito con entusiasmo. La diffidenza verso il colore scuro, il pregiudizio della tenuta in cottura durarono a lungo. Tanto da chiederci se c’erano i numeri per continuare. Oggi, in parte abbiamo superato quegli scogli e incoraggiati dalla risposta del mercato abbiamo aggiunto, agli otto formati di pasta già esistenti, altri due prodotti: gli gnocchetti e il cous cous.

Sebbene quelle galline siano state di fatto le prime consumatrici della nostra Timilìa, oggi la strada verso un consumo più consapevole del cibo ci sembra abbastanza avviata.

This Post Has 9 Comments
  1. Mi avete fatto ricordare quando, nel primo periodo illustrato, io la Tumminia la cercavo, le vostre galline le avrei lasciate digiune! Ricordo che durante una fiera di settore avevo acquistato del pane di Tumminia del Panificio Badano di Isnello, all’epoca tra i primi a pianificare quella varietà, ma soprattutto è vivido nella mia memoria il profumo che quel kg di prodotto diffuse nella mia auto, nonostante fosse chiuso nel proprio sacchetto di carta e riposto all’interno del portabagagli posteriore separato internamente dalla cappelliera. Poi nel 2010, quasi 10 anni dopo, durante un tour sulle Madonie, scrissi ovviamente un articolo sui fratelli Badamo sul mio appena aperto sito web, e così arrivai al 2013 quando non era ancora molto conosciuta, ma io ne consigliai l’introduzione nella pizza a diversi ristoratori e introdussi quegli impasti nei miei eventi ‘abbirriamo’, e siamo già alla birra artigianale.. Il resto lo possiamo vedere tutti sotto i nostri occhi e… Palato!

    1. A quei tempi probabilmente neanche il web funzionava con tutte le interconnessioni di oggi. Avremo avuto più possibilità tra domanda e offerta. Comunque se ci pensiamo quante cose sono cambiate in poco più di un decennio!
      Grazie per la tua testimonianza, Maurizio.

  2. Abbiamo iniziato a conoscervi grazie alla Bottega Solidale della nostra città. Abbiamo acquistato l’olio biologico, già riordinato perché buonissimo.
    Abbiamo provato anche la vostra farina Timilia, con grande soddisfazione.
    Complimenti,
    Stefania e Roberto

  3. Grazie per il video e per le vostre informazioni. Vi ho conosciuto tramite Erboristeria Siciliana perché ho acquistato e provato il vostro latte di mandorla naturale. Ottimo è dir poco! Sostituendolo così al latte di mucca, aggiungendoci un po’ di caffè ed inzuppandoci del pane di Timilia, mi faccio una sana colazione . Ovviamente niente zuccheri, né pane né nel nel latte. Grazie mille!

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